
Vito Campanelli e la forza ipnotica del colore
Vito Campanelli, classe 1962, è uno di quegli artisti che riescono a trasformare il colore in una vera esperienza sensoriale. Chi conosce il suo lavoro parla spesso di “Rosso Campanelli”, un rosso profondo e magnetico diventato ormai la sua firma riconoscibile.
La sua storia artistica affonda le radici nell’infanzia veneziana: dal 1967 vive infatti a Venezia, in una casa affacciata sul chiostro della Chiesa della Madonna dell’Orto, luogo intimamente legato alla memoria del Tintoretto.
Crescere in uno spazio cosi carico d’arte e spiritualità ha inevitabilmente modellato il suo immaginario, alimentando fin da bambino un rapporto quasi viscerale con la pittura.
Fin dai primi anni dimostra una naturale inclinazione per il disegno e comincia presto a lavorare sulla tela. Durante l’adolescenza studia i grandi maestri della Metafisica, in particolare Giorgio De Chirico, esercitandosi sulle forme, sulle prospettive sospese e sulle atmosfere enigmatiche. Ma la sua ricerca non rimane legata alla citazione: evolve piuttosto verso una pittura istintiva e materica, dove il gesto acquista la stessa importanza del soggetto.
Il debutto espositivo arriva molto presto. A soli diciassette anni prende parte ad una mostra collettiva alla Galleria San Vidal di Venezia, attirando l’attenzione del critico Paolo Rizzi, che ne intuisce immediatamente il potenziale. Da quel momento Campanelli entra nel circuito artistico veneziano e avvia un percorso espositivo destinato a crescere costantemente negli anni, tra mostre personali e collettive in Italia e all’estero.
Eppure, ciò che colpisce davvero delle sue opere non è soltanto il percorso artistico, ma la reazione che provocano. Quando mi fermo davanti a una sua tela provo una sensazione quasi vertiginosa, come se il quadro mi risucchiasse lentamente al suo interno. Il suo rosso non resta confinato nello spazio della pittura: invade lo sguardo, altera la percezione, coinvolge emotivamente. È un colore che travolge, che obbliga a sostare. Davanti ai suoi lavori si ha la sensazione di entrare dentro qualcosa di vivo, pulsante, in continua trasformazione. Ed è difficile uscirne indenni.
“Il respiro della materia”: la nuova mostra a Mestre

Il 6 giugno, negli spazi della Provvederia di Mestre, inaugura “il respiro della materia”, nuova esposizione personale di Vito Campanelli, curata da Alvise Marin. Si tratta del suo ennesimo capitolo del progetto Opus II, un percorso in cui l’artista continua ad esplorare il rapporto tra energia, materia e trasformazione.
Le opere presentate sembrano nascere da un movimento incessante. Le superfici pittoriche sono attraversate da colatura, frammentazioni e accumuli cromatici che ricordano fenomeni naturali in piena evoluzione. Il colore passa da tonalità chiarissime a rossi incandescenti e gialli infuocati, generando una tensione continua tra luce e combustione. In alcuni momenti le tele sembrano evocare paesaggi cosmici, in altri vere e proprie eruzioni interiori.
L’impressione è quella di trovarsi davanti a immagini che non descrivono il mondo, ma il suo continuo farsi e disfarsi. La pittura di Campanelli sembra raccontare un’origine: magma, esplosioni, derive, materia in fermento. Viene spontaneo pensare alle riflessioni filosofiche di Heidegger sull’abisso originario, ma anche alla pittura informale europea del secondo Novecento, dove il gesto diventa traccia fisica di un’energia primaria.
La mostra si trasforma cosi in un’esperienza immersiva. Non si osservano semplicemente delle opere: ci si confronta con una forza che supera l’idea tradizionale di rappresentazione. Le tele aprono uno spazio in cui il tempo sembra sospeso, e dove lo spettatore viene trascinato dentro una dimensione arcaica, quasi primordiale.
“Plectron”: quando Campanelli passa dalla tela alla scrittura
Alla ricerca pittorica si aggiunge ora una nuova avventura creativa: l’uscita imminente di “Plectron”, il primo romanzo di Vito Campanelli. La sensazione è chiara: anche nella sua scrittura Campanelli conserva la stessa libertà espressiva che caratterizza i suoi quadri.
Definire il libro con un solo genere sarebbe riduttivo. Dentro Plectron convivono suggestioni musicali, riflessioni esistenziali, elementi visionari e frammenti emotivi che si intrecciano continuamente. La scrittura ricorda quasi un album musicale: ogni capitolo possiede una propria atmosfera, un proprio ritmo, ma è nell’insieme che il racconto trova il suo significato più profondo.
Il titolo non è casuale. Il plettro è ciò che mette in vibrazione la corda, ciò che permette al suono di nascere. Allo stesso modo, il romanzo sembra voler toccare qualcosa di intimo e nascosto, facendo emergere emozioni, ricordi e immagini con delicatezza ma anche con intensità.
Anche qui ritorna quella stessa sensazione che si prova davanti alle sue tele: essere trascinati dentro un’esperienza più grande della semplice narrazione. Campanelli non costruisce opere da consumare rapidamente: crea mondi da attraversare lentamente, lasciandosi coinvolgere fino in fondo.

I